Un sistema economico perfettamente circolare è in grado di potersi rigenerare da solo, niente è rifiuto: i flussi di materiale biologico infatti possono essere reintegrati nella biosfera, quelli tecnici possono essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. È quanto autorevolmente sostenuto dalla Ellen Mcarthur Foundation, finanziata dalla nota velista da cui prende il nome e sostenuta dai più grandi colossi del mondo industriale, una delle realtà più attive nella promozione di questo modello di sviluppo chiamato Economia Circolare. Il sistema economico utilizzato per secoli – detto di economia lineare – è basato sull’estrazione di materie prime sempre nuove senza alcun riguardo per le stesse, sull’utilizzo non condiviso e sulla produzione di scarto (non adeguatamente valorizzato) una volta raggiunta la fine del ciclo di vita del prodotto. Il modello di economia circolare invece è basato sulle tre “R”:

  1. Ridurre l’impatto dei rifiuti sull’ambiente, differenziandoli correttamente;
  2. Riciclare per dare nuova vita agli scarti;
  3. Riutilizzare per massimizzare la durata del ciclo di vita del prodotto. Per migliorare le condizioni del nostro pianeta, gravemente afflitto da problemi ambientali che minacciano seriamente l’ecosistema, e quelle di vita dei suoi abitanti, è fondamentale che tutti contribuiscano al corretto funzionamento del ciclo del riciclo.

Se pensiamo al ciclo di vita dei rifiuti come a una catena, è il produttore del rifiuto (individuo o azienda) il quale, differenziando correttamente, consente l’immissione del materiale nel ciclo industriale e dà il via al processo; i rifiuti vengono poi ritirati e trasportati negli appositi impianti, dove si procede alla selezione, sia meccanicamente che manualmente, e alla suddivisione per tipologia; l’ultimo anello della catena è l’azienda di trasformazione dove il rifiuto torna a nuova vita e il ciclo si conclude. In questo processo – con il ruolo di congiunzione tra la fase di produzione e quella di trasformazione successiva – si innesta l’azienda di gestione dei rifiuti, vero promotore dell’effettivo riciclo; un ruolo centrale e di capitale importanza che innesca il circolo virtuoso a tutela dell’ambiente. In Italia i rifiuti industriali sono oltre quattro volte superiori a quelli solidi urbani generati dagli individui. Si tratta dei cosiddetti rifiuti speciali di industrie e aziende, che si differenziano in pericolosi e non pericolosi. Con oltre 150.000 tonnellate di rifiuti gestiti ogni anno, DIFE si occupa di tutte le fasi intermedie del servizio tra il produttore del rifiuto e l’azienda di trasformazione finale, contribuendo in misura considerevole ad evitare lo spreco di materia: dalla consegna dell’attrezzatura necessaria, al ritiro, trasporto, selezione e trattamento nei propri impianti. DIFE abbraccia ed applica i principi dell’Economia Circolare e crede fortemente nella valorizzazione delle risorse del nostro pianeta, temi dei quali promuove la sensibilizzazione partecipando ormai da due anni a Festambiente, il festival internazionale di Legambiente.
Cambiando il nostro modo di vedere i rifiuti, non più come materia di scarto, ma come fonte preziosa di nuova materia; quando si parla di “materia prima seconda” si intende una risorsa per il pianeta ed il luogo dove attingere a queste risorse sono gli impianti di gestione dei rifiuti. Differenziare correttamente un rifiuto significa offrire materiale per la creazione di qualcos’altro di utile, grazie al lavoro di collegamento tra chi genera il rifiuto e chi lo trasforma, svolto dalle aziende di gestione e trasformazione del rifiuto. In secondo luogo per ridurre lo spreco del prodotto possiamo attuare i processi di condivisione di prodotti e oggetti (sharing economy), come ad esempio il car sharing; non utilizzare un oggetto, lasciandolo dismesso, significa aver sprecato inutilmente energie e risorse produttive, mentre, mettendolo a disposizione di altri, contribuiamo a ridurre lo spreco di materie prime nei processi di produzione, limitandola solo al necessario. Oggetti che sarebbero riparabili spesso vengono dismessi o buttati via; riparare un oggetto e continuare ad utilizzarlo, oppure concentrarci su prodotti più di lunga durata progettati per invecchiare nel tempo ed essere riparati – nell’ottica del design sostenibile – significa infine massimizzare la durata del ciclo di vita del prodotto, valorizzando l’energia e le risorse che sono state impiegate per produrlo. Per raggiungere un modello perfettamente circolare potremmo ispirarci agli ecosistemi del mondo naturale, dove ogni scarto è una risorsa.
Le piante nei loro processi vitali si nutrono di anidride carbonica e scartano l’ossigeno; l’ossigeno è fondamentale nel processo respiratorio degli esseri umani, i quali scartano l’anidride carbonica.
Due elementi che sono contemporaneamente scarto e risorsa, a seconda di chi ne usufruisce.

È la natura stessa ad offrirci la giusta prospettiva, basta saperla guardare.